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Coperte in teak: belle ma…

Coperta in teck

Spesso, nella mia professione di perito nautico mi accorgo che ci sono delle leggende dure da estirpare e, tra queste, quella del teak (o teck) inteso come un legno che non ha bisogno di manutenzione, per cui viene lasciato all’aperto soggetto alla pioggia, ai raggi del sole e all’umidità della notte.

Questo comportamento spesso ottiene il risultato che i corsi di teak si fessurano leggermente, a volte si staccano dal ponte in vetroresina sottostante e, molto frequentemente, mostrano macchie grigie spesso solo superficiali.

Il trattamento corretto del teak è facile: bisogna evitare che ristagni l’acqua dolce, comprese la brina, l’umidità notturna o i lavaggi con acqua dolce, peggio ancora sotto pressione, perché in questo caso il sole farà evaporare l’acqua seccando il legno e causando fessuremacchie antiestetiche: tutto ciò dimostra la poca cura del proprietario per la barca.

Per mantenere correttamente il teak è necessario bagnarlo con acqua salata pulita ogni volta che si esce in mare. In questo modo l’umidità può evaporare, lasciando il sale all’interno del legno. Il sale, in questa maniera, manterrà il legno un po’ umido e dunque eviterà che si secchi con le conseguenze del caso.

In altre parole evitate di lavare o far lavare la coperta con i getti a pressione di acqua dolce, come vi consigliano quelli che vogliono far riaffiorare nuovamente il colore dorato del teck: così facendo infatti il colore apparirà di nuovo, ma dopo aver consumato uno strato superficiale di questo prezioso legno.

Se volete che la coperta duri a lungo e non si riduca troppo di spessore evitate dunque come la peste i lavaggi con acqua dolce, soprattutto se vengono fatti nel senso della vena, ossia per lungo. Se proprio volete dargli una lavata, passateci un frettazzo morbido, molto morbido, trasversalmente alle fibre del legno. Questo vale anche quando la coperta è in iroko. Questo materiale, quando si ritira, ha la sgradita caratteristica di evidenziare molte fratture piccole e curve, non per lungo come il teak.

In ogni caso, per evitare la formazione di muffe e di macchie, come si vede anche nell’immagine di copertina, conviene asciugare ogni mattina il teck con una spugna e un panno asciutto, come fanno gli equipaggi delle barche più grandi quando a bordo, la mattina, si usa asciugare la coperta per evitare che l’umidità della notte rimanga sul legno.

 

Naturalmente questo non è possibile farlo quando la barca viene lasciata all’aria aperta per molti mesi, come succede d’inverno, senza poter andare frequentemente ad asciugarla. Non c’è soluzione se non quella di coprirla con una cappa, se la barca non è troppo grande.

Il teak viene però usato anche per interni, dove però non viene lasciato al naturale altrimenti assorbirebbe le macchie e l’umido e scurirebbe, oltretutto trattenendo, come i paglioli, l’umidità e l’odore non sempre delizioso della sentina.

Per gli interni suggerisco di trattare con buone vernici trasparenti o con impregnanti le parti in legno nudo, ricordando di non utilizzare vernici che però facciano una pellicola. Per questo è meglio utilizzare un impregnante per legno, come il Woodlife, che ha la grande capacità di penetrare nel legno, proteggendolo.

Faccio anche notare che, da molto tempo, è invalsa la strana moda di lasciare al naturale qualunque parte in teck all’esterno, contro la tradizione che prevede di lasciare nudo soltanto il teck della coperta dove si cammina, come nel pozzetto, mentre sul capo di banda, sui tientibene, sul tetto della tuga e sulla paratia verticale che divide il pozzetto dagli interni è normale la protezione con un impregnante o con un coppale, possibilmente non poliuretanico – che crea pellicola dura che poi si sfoglia – in modo da far vedere il legno lucido in alcune parti e al naturale solo sul ponte di coperta.

Ricordo anche che le parti trattate con vernici poliuretaniche sono poi difficili da sverniciare.
Se un capodibanda o i tientibene sulla tuga vengono lasciati al naturale, tendono spesso a creare delle lunghe schegge piccole ma fastidiose quando ci si passano sopra le mani.


Chi mi segue può anche leggermi su Pressmare, con la quale collaboro con piacere.

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